Gerusalemme, lo spazio del conflitto

Per comprendere quel sta accadendo in questi giorni a Gerusalemme è indispensabile avere contezza di come, a partire dal 1967, la Città Santa è stata fisicamente trasfigurata da una serie sistematica di politiche urbane finalizzate a rendere materiale il dominio israeliano dell’intera città. Guardare allo stravolgimento dello spazio urbano è infatti cruciale per capire le ragioni degli scontri di oggi, di ieri e, probabilmente, anche domani – cogliendone la drammatica ordinarietà e ineluttabilità. A tal fine propongo qui una guida sintetica, per punti, al contesto “spaziale” dei fatti di questi giorni.

  1. Al termine della guerra arabo-israeliana del 1948-49, Gerusalemme è stata suddivisa in due parti principali: Gerusalemme Ovest, sotto controllo israeliano e Gerusalemme Est, sotto controllo giordano. E’ questa la configurazione spaziale della città ancora oggi riconosciuta come legittima dalla gran parte della comunità internazionale.
  2. Nel 1967 Israele ha occupato militarmente, tra i vari territori, anche Gerusalemme Est, dichiarando successivamente la Città Santa “unificata” capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele. Le Nazioni Unite non hanno mai riconosciuto tale annessione, chiedendo più volte il ritorno ai confini pre-1967.

  3. All’indomani dell’occupazione Gerusalemme Est, Israele ha messo in campo una serie di azioni finalizzata a consolidare materialmente l’annessione della parte orientale della città e rendere una futura ridivisione della Città Santa di fatto impossibile. Tali azioni si sono incarnare in un processo che il geografo israeliano Oren Yiftachel ha definito di simultanea “ebraizzazione” e “de-arabizzazione” dello spazio urbano.

  4. Il processo di ebraizzazione ha preso corpo attraverso l’espansione fisica della città ebraica nelle aree palestinesi di Gerusalemme Est. In particolare, è stata promossa una poderosa operazione di edificazione residenziale che, nel giro di pochi decenni, ha permesso l’insediamento di più di 200.000 ebrei (pari a circa il 40% della popolazione ebraica della città) a Gerusalemme Est. La maggior parte di queste aree residenziali ebraiche è stata costruita grazie al supporto delle autorità pubbliche. Si tratta, in sostanza, di quartieri di edilizia pubblica, dove “l’uso del termine ‘pubblico’ rivela più di qualsiasi altra cosa il pregiudizio politico del governo: il ‘pubblico’ a cui venivano imposti gli espropri ha sempre compreso anche i palestinesi; il ‘pubblico’ che ha goduto dei frutti degli espropri è stato composto solo ed esclusivamente da ebrei (Eyal Weizman, architetto israeliano). Le (blande) condanne internazionali di tale processo non hanno sortito alcun effetto concreto.

  5. A ciò si è accompagnato a un implacabile processo di de-arabizzazione, finalizzato in primis a diminuire il controllo palestinese del suolo di Gerusalemme Est. Ciò si è inverato soprattutto in ostacoli quasi insormontabili all’espansione urbana dei quartieri arabi. La de-arabizzazione di Gerusalemme è stata perseguita anche tramite l’espulsione di palestinesi da aree da loro abitate da tempo, come nel caso di Sheikh Jarrah. Questi ultimi casi sono un tassello eclatante e drammatico, ma invero quantitativamente minoritario, del processo di de-arabizzazione, le cui forme ordinarie sono ben più sottili. Tra queste, per esempio, la mancata infrastrutturazione dei quartieri arabi con i più basilari servizi pubblici, fatto che ha reso la vita dei palestinesi in città estremamente complessa. Le parole di Teddy Kollek, sindaco di Gerusalemme per 28 anni, non lasciano spazio a equivoci: “Continuiamo a dire che vogliamo rendere i diritti degli arabi di Gerusalemme uguali a quelli degli ebrei…sono parole al vento… Gli arabi erano e rimangono cittadini di seconda, anzi di terza classe. Per gli ebrei di Gerusalemme negli ultimi 25 anni ho fatto moltissime cose. Cosa ho fatto per gli arabi di Gerusalemme Est? Niente! Marciapiedi? Nessuno. Centri culturali? Nessuno. Abbiamo installato un sistema fognario e migliorato la rete idrica. Ma sapete perché? Pensate che lo abbiamo fatto per il loro benessere? Scordatevelo! C’erano stati alcuni casi di colera in quelle aree e gli ebrei erano spaventati dalla possibilità di essere contagiati a loro volta. Abbiamo adeguato il sistema fognario e idrico delle aree arabe solo per questo motivo”.

  6. Il tassello finale di questa guerra di pietra e cemento, grazie alla quale Israele si è appropriata materialmente di Gerusalemme Est, è rappresentato dalla costruzione del Muro di Separazione, che solidifica i confini esterni della “Gerusalemme ebraica unificata e indivisibile”, operando al contempo selettive inclusioni ed esclusioni dal sapore squisitamente politico. Mentre include numerose colonie ebraiche in Cisgiordania ubicata nelle immediate vicinanze di Gerusalemme, taglia fisicamente via dalla Città Santa due popolosi quartieri arabi, da decenni parte integrante della municipalità, abitati da decine di migliaia di palestinesi – che, di conseguenza, sono stati nei fatti espulsi dalla città.

E’ sullo sfondo di questa lenta ma inesorabile conquista spaziale della città da parte di Israele che le vicende di Sheikh Jarrah di questi giorni vanno lette. In caso contrario, si rischia di guardare solo il dito, e non la luna che esso indica.

[Pubblicato su Il Manifesto, 12.05.2021]