È corretto parlare di apartheid nella questione palestinese?

Un paio di settimane fa, l’azienda di trasporto pubblico del Comune di Torino ha deciso di rimuovere anzitempo i manifesti che un’associazione aveva pagato per far regolarmente affiggere negli spazi pubblicitari della società. Questi manifesti si riferivano all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi mobilitando il concetto di apartheid – invitando la cittadinanza ad approfondire il tema tramite la consultazione di alcuni documenti prodotti da Amnesty International. Indipendentemente dal giudizio sulla legittimità della rimozione di tali manifesti, questo evento solleva un interrogativo rilevante: è concettualmente corretto parlare di apartheid in relazione al contesto israelo-palestinese? È, questo, un quesito non peregrino, tanto più in questi giorni in cui la questione israelo-palestinese è tornata a esplodere in tutta la propria drammatica attualità.

Prima di rispondere a questa domanda sono però necessari alcuni chiarimenti. Con apartheid si indica in prima battuta qualcosa di storicamente preciso e geograficamente localizzato: un insieme di norme, politiche e pratiche di segregazione e discriminazione politica, sociale ed economica ai danni della popolazione non-bianca, attuate nella seconda metà del ventesimo secolo in Sudafrica da parte della minoranza bianca. Tale concetto, però, si è presto svincolato dal contesto storico-geografico nel quale era emerso, per divenire una sorta di metafora universale utilizzata, soprattutto in ambito accademico, per indicare diverse forme particolarmente virulente di discriminazione. Tra queste, non sorprendentemente, vi sono anche quelle messe in atto da Israele nei territori palestinesi. Nonostante ciò, si nota ancora una certa reticenza a parlare di apartheid in relazione alla situazione palestinese contemporanea, soprattutto in alcuni paesi, tra cui l’Italia. È per questo utile chiarire perché un simile utilizzo della nozione di apartheid è, invece, concettualmente corretto.

Sebbene l’apartheid in Sudafrica sia stato un fenomeno complesso, è possibile distillarne alcune caratteristiche costitutive. La prima è la dimensione spaziale: apartheid è stata una politica di discriminazione totalizzante che si è concretizzata specificamente in una dimensione fisica di segregazione ed esclusione spaziale (si pensi ai famigerati bantustan). La seconda è la dimensione etnica: apartheid si articolava lungo una principale (anche se non esclusiva) linea razziale. La terza è la dimensione istituzionale: le politiche di apartheid erano codificate in termini legali. Su questo sfondo, oggi si può legittimamente impiegare la nozione di apartheid per indicare un insieme istituzionalizzato di pratiche e politiche di discriminazione nei confronti di gruppi etnicamente connotati, finalizzato a soggiogare questi ultimi (rendendoli anche, quando possibile, economicamente “disponibili”). Tale quadro di discriminazione si attua precipuamente (per quanto non esclusivamente) attraverso dispositivi spaziali (come confini, muri, tracciati).

 

Se si concorda con una simile concettualizzazione estensiva e destoricizzata, chiunque abbia una minima contezza delle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi – soprattutto nei Territori Occupati – non può che concordare sul fatto che queste rientrino pienamente all’interno confini della nozione di apartheid. Il Muro di Separazione, gli insediamenti ebraici in Cisgiordania, l’iniquo sistema di cittadinanza differenziale a cui sono sottoposti i palestinesi, la demolizione sistematica delle abitazioni arabe: sono, questi, solo alcuni dei molti tasselli dell’apartheid contemporaneo in Israele/Palestina.

Di apartheid in Israele/Palestina, d’altronde, parlano da tempo non solo una parte consistente del panorama accademico internazionale (che include anche una miriade di noti studiosi israeliani), ma anche stimate associazioni non governative (come Amnesty International, Human Rights Watch e l’israeliana B’Tselem) e rapporti delle Nazioni Unite (tra cui il recente rapporto sui diritti umani nei Territori palestinesi redatto da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite). Pure l’ex-presidente statunitense Jimmy Carter ha intitolato un suo libro “Palestine: Peace Not Apartheid”. Si ricordi anche che il paragone tra la lotta per la libertà e l’uguaglianza dei sudafricani e quella dei palestinesi è stato proposto dallo stesso Nelson Mandela.

Dunque, non c’è proprio motivo per cui, anche in Italia, non dovrebbe essere possibile parlare pubblicamente – pacatamente, civilmente e, soprattutto, con cognizione di causa – di apartheid in relazione alla questione israelo-palestinese. Ciò, si noti, non è solo concettualmente corretto, ma anche politicamente opportuno. Richiamandosi espressamente al Sudafrica, infatti, non solo si allude alla necessità di percorrere, come successo nella terra di Nelson Mandela, una via pacifica alla cancellazione dell’apartheid, ma si indica anche un orizzonte di possibilità fecondo: abbandonato il mantra decennale della “soluzione dei due Stati per due popoli” (oggi non più praticabile in forme accettabili per effetto di mezzo secolo di colonizzazione israeliana), si invoca la creazione di un’unica democrazia costituzionale sull’intero territorio di Israele/Palestina, che assicuri a tutti i cittadini uguali diritti, libertà e sicurezza, senza discriminazione alcuna basata su etnia, appartenenza culturale o altro.

[Pubblicato su Huffington Post Italia, 31.01.2023]

Back to Top