Naza: trascrizione dei dialoghi

Trascrizione parziale e non ufficiale di alcuni dialoghi del documentario Naza (2026), diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor

[Domanda] Cosa vuol dire naza?
[Risposta] Sono i danni collaterali. Il numero di civili che moriranno in seguito a un attacco. Sono le vittime civili. Noi diciamo 15 nazi. Non diciamo verranno uccise 15 persone. Tantomeno diciamo che verranno uccise 15 persone tra donne e bambini. Noi diciamo 15 naza.

[…]

Dopo il 7 ottobre tutti si ripetevano la stessa cosa: “A Gaza non ci sono innocenti”. Questo concetto si diffuse in tutto l’esercito e improvvisamente cominciammno ad abbattere interi edifici. Non ci creava nessuna difficoltà.

[…]

All’inizio della guerra, bombardavamo qualsiasi cosa. Non ci preoccupavamo certo dei naza, non erano affatto un problema. Noi distruggevamo gli obiettivi, noi buttavamo giù gli edifici, uno dopo l’altro. Quello che volevamo era cancellare Gaza. Questo era il sentimento che ci animava in quei giorni. Pensavamo: “Qualunque cosa facciamo, se la meritano”.

[…]

[R] Gaza diventò una specie di fabbrica, una fabbrica di obiettivi. Ci sono stati migliaia di attacchi su obiettivi umani. Abbiamo operato su vasta scala, con efficienza, come una fabbrica ben organizzata. Io ero nel team di analisi dei dati che utilizzava l’intelligenza artificiale per individuare gli obiettivi.In passato erano gli agenti dell’intelligence che facevano il lavoro più difficile. Oggi no, oggi i dati sono raccolti da un sistema informatico.[D] Ma che cosa fa con esattezza questo sistema?
[R] Ci suggerisce gli obiettivi.
[D] Che tipo di obiettivi?
[R] Gli obiettivi in tempo reale.
[D] Che cosa significa?
[R] Gli obiettivi umani. Esseri umani, individui da colpire. Il nostro scopo era la connotazione, definire il comportamento di un membro di Hamas, stabilire che uso fa del suo telefono. In seguito l’applicazione dell’intelligenza artificiale ci permetteva di trovare altri telefoni di altri membri. Cioè di trovarli in mezzo agli altri.
[D] Quindi l’intelligenza artificiale monitora l’uso dei telefoni di tutta la popolazione di Gaza e segnala quelli che vengono usati come li usano i membri di Hamas.
[R] È un compito ideale per il machine learning. Si crea un profilo e si verifica se c’è una corrispondenza. Sì o no. È un compito semplice. Ok. È un gatto o un cane? Ha le caratteristiche di un gatto o quelle di un cane? È così che funziona Lavender.

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[R] Gli ufficiali dell’intelligence la chiamano la scheda dei punti. Ci sono vari parametri che aumentano il punteggio. Diciamo per esempio che hai parlato direttamente al telefono con qualche membro di Hamas. In questo caso ricevi due punti. Se qualcuno salva il tuo nome sul telefono come “Ahmed Hamas” ricevi più punti ancora. Questo sistema si applica a tutti. Ai 2 milioni di individui che vivono a Gaza. Ogni 30 minuti circa ricevevo un avviso che mi indicava i membri di Hamas da colpire. Potevamo abbattere un edificio con un certo numero di naza. in realtà non contava quanti fossero, per colpire un membro di basso livello che non aveva alcun ruolo significativo.  Erano membri di così basso livello che nemmeno sapevamo chi fossero.
[D] È mai capitato che qualcuno venisse ucciso dopo essere stato individuato da Lavender e si scoprisse poi che non apparteneva a Hamas?
[R] Sì, certamente. Senza alcun dubbio. C’erano i proprietari di un panificio nelle vicinanze di un’area di addestramento di Hamas che avevano molti contatti con membri di Hamas senza che loro lo fossero.
[D] Di quanta gente parliamo? Quanti sono? Quanti ne hai individuati Lavender?
[R] Decine di migliaia. 60-70.000 numeri di telefono. Per ogni numero di telefono che veniva individuato noi potevamo bombardare. I parametri del sistema sono così complessi che è difficile sapere come operino. Ci sono stati moltissimi errori. Una volta individuò un vecchio di 80 anni o una donna anziana, non sapevamo. Bombardarono la sua casa con tutta la sua famiglia all’interno. Un fatto che indispettì l’ambiente dell’intelligence da un punto di vista professionale. Un ufficiale dell’intelligence disse che trovava accettabile un margine d’errore del 15%. Non gli creava problemi. Lavender sa con certezza che un telefono appartiene a un membro di Hamas nell’85% dei casi.
[D] Quindi almeno nel 15% dei casi non è di Hamas?
[R] Sì. Quella volta registrammo 20 naza.
[D] Tutti quelli che erano a casa?
[R] Sì.

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[D] Quante persone pensi siano state uccise a causa del tuo algoritmo?
[R] Diverse centinaia se non migliaia. In realtà non so quante siano. Tante. Senti. Quelli che uccidono realmente sono coloro che sganciano le bombe. L’analista individua il bersaglio e l’ufficiale di tiro che decide in che modo colpire. La responsabilità è sua.
[D] Ma lo strumento l’hai creato tu?
[R] Sì. Lo strumento che rende possibile bombardare su vasta scala. Io sono solo un ingranaggio.
[D] Un ingranaggio ma che comunque ha creato uno strumento che ha ucciso centinaia di persone, forse di più.
[R] Lo ha reso possibile.
[D] Appunto, lo ha reso possibile.
[R] E se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto certamente qualcun altro.

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[R] La domanda era questa: “Qual è il modo migliore di ucciderli?” C’erano due possibilità. Al mio dipartimento fu chiesto che cosa dovremmo fare. Colpirli di notte quando sono nelle loro case? Quando con loro ci sono anche le mogli e i figli? O bombardarli quando si radunano all’aperto? Io avevo voce in capitolo per cui quando lo chiesero al dipartimento tra i presenti c’ero anch’io. Si concordò che fosse meglio agire di notte. Le probabilità di successo erano maggiori.

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[R] Abbiamo messo in piedi un progetto di localizzazione notturna per individuare dove ognuno vivesse a casa. Chiunque avesse un telefono. Quando vai a dormire metti il telefono vicino al letto, dove rimani tutta la notte. E molto spesso il telefono trasmette un segnale intercettabile. La gente di solito dorme nella propria casa. Dunque, quando intercettiamo in una zona gli stessi segnali ogni notte per sei mesi e li mettiamo insieme abbiamo sufficienti informazioni per localizzare con esattezza la casa.
[D] Dunque in questo modo voi potete localizzare i membri di Hamas non quando sono coinvolti in un’azione ma quando sono a casa loro.
[R] Sì, perché abbiamo deciso di gettare una rete molto ampia per generare il maggior numero possibile di bersagli. Quindi l’obiettivo era la quantità non la qualità. È questo che ci ha fatto puntare alle case private a raccogliere dati sulle abitazioni. Qual è il bersaglio più facile da localizzare? Le abitazioni private. Possiamo raccogliere molti più dati sulle abitazioni. […] Ci sono solo alcune le zone militari a Gaza, un centinaio, ma molte le abitazioni private, 40.000 membri ossia 40.000 case circa. L’unità di base è l’abitazione. I sistemi dell’IDF si basano sulle case private. C’è un numero seriale per ogni casa.
[D] Per ogni casa di Gaza?
[R] Sì.
[D] Un numero per ogni piano o per ogni edificio?
[R] Per ogni edificio. Se vuoi riferirti a un piano, basta che specifici. Per esempio, edificio 6351, settimo piano.

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Li cerchiamo nelle loro case. Nella casa della loro famiglia o nella casa di un amante. “Dov’è il papà?” è la frase che attiva l’allerta quando un membro di Hamas arriva a casa. Noi spiamo la famiglia per sapere quando il padre torna a casa, quando è rientrato o è presente nell’abitazione. Spiate le mogli, i figli.

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Posso entrare nel telefono di una dodicenne. Se una ragazza prende il telefono, chiama sua madre e le dice: “Mamma, quando è che vieni a casa? Ti aspettiamo perché papà è appena tornato”. Ecco, questo è un tipo di messaggio che allerterebbe il sistema perché contiene il verbo “tornato” e la parola “papà”.

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[R] Hamas in alcuni casi si serve degli scudi umani. Ma dire che ci sono scudi umani nelle abitazioni private è assurdo. Semplicemente non è vero. Li bombardiamo nelle loro case perché è il modo in cui li troviamo. Non è che l’IDF creda che da quelle case stia arrivando una minaccia. Si sa che tornano a casa per dormire ed è lì che li colpiamo.
[D] Perché è più facile? Perché un loro figlio ha detto: “Papà se tornato a casa”?
[R] Sì, è facile, è molto più facile.
[D] E quando spii una dodicenne che dice “papà, sei tornato a casa”, uccidi anche lei?
[R] Sì, è così. Le entri nel telefono e poi la uccidi. Siamo in grado di attivare ogni strumento del telefono. Lo attiviamo e lo usiamo al nostro vantaggio. Possiamo tranquillamente registrarti. Possiamo fotografarti. Utilizziamo i telefoni dei membri della famiglia per ascoltarli nella loro casa prima che vengano bombardati. Ascolto gli ultimi istanti di vita di una persona. L’ho sentito, ora posso bombardarlo. Questo rende le cose più professionali.

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[D] Come puoi bombardare una casa quando hai sentito che dentro c’è un neonato che piange?
[R] Ecco, l’atmosfera che si respira da noi è carica d’odio. L’unica cosa che conta è distruggere, buttare giù tutto, distruggere, uccidere.

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[R] Ricordo che durante un turno l’ufficiale di servizio ci disse abbiamo identificato tutti i comandanti di compagnia di Hamas. Sappiamo dove abitano. Io ho lavorato su un tizio che abitava in una casa con tredici naza. Ho sentito suo figlio che guardava la tv. Ma che cosa avrei potuto farci? Gli ordini erano quelli.
[D] Il ragazzo è solo un naza, tu potevi ucciderne tredici.
[R] Sì, c’era l’intera famiglia là dentro. Quindi di notte abbiamo bombardato le case. Di tutti quanti. Poi c’è stata una verifica per sapere se erano tutti effettivamente a casa o no. Venne fuori che non ne avevamo ucciso neanche uno. Avevamo ucciso solo le loro famiglie. Nessuno dei comandanti era a casa, erano tutti a combattere. Non fu nemmeno una grande sorpresa alla fine. Andò così. Solo donne e bambini. Non andò bene.

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Per individuare la casa di un nostro bersaglio e calcolare l’angolo migliore da cui lanciare le bombe per colpire con la massima efficacia. Ho guardato tutte le foto che aveva sul telefono presumendo che avesse fotografato anche casa sua. Infatti era così: Aveva due selfie che si era scattato con le sue due figlie. Sorridevano sul balcone di casa. Un balcone proprio come quello laggiù. Stavano lì all’aperto. Si era scattato questo selfie. Le figlie sorridevano, lui sorrideva. L’IDF li bombardò ma poi si scoprì che lui aveva già lasciato l’appartamento. Solo che aveva dimenticato il telefono a casa. Quando l’IDF colpì, lui non c’era. Se n’era andato. Le due figlie invece erano nell’appartamento. Un incidente che mi segnò profondamente. Perché avevo visto le loro foto nel telefono. Avevo visto quelle due bambine sorridenti. Avranno avuto non più di 3-6 anni.

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[R] Le ricordo che sentì una donna piangere e urlare al telefono. Diceva che il corpo di sua figlia era completamente ustionato ma che la bambina era ancora viva e stava soffrendo molto. Implorava che qualcuno venisse a salvarla.
[D] E le due bambine alla fine morirono?
[R] Morirono, sì.
[D] Sai che fine abbia fatto il padre?
[R] No. Ma è ragionevole immaginare che alla fine sia morto. Se vogliono che qualcuno muoia, muore di sicuro. La maggior parte delle volte finisce così.

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[D] Avevate delle prove che in quella casa si producessero armi?
[R] Ovviamente no. Sapevamo anzi che non si produceva alcuna arma in quella casa. Era solo casa sua. Aveva smesso di essere un membro attivo da parecchio tempo ormai. Ma loro decisero ugualmente di ucciderlo.
[D] Quanti bambini morirono?
[R] Alcuni, non decine. I bambini di una famiglia. Potevano essere 3, 4, forse 6.

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[R] Ho una mappa dettagliata con tutti gli edifici di Gaza. Basta che clicchi su una casa e vedo quante persone verranno colpite quando sarà bombardata.
[D] Puoi farlo per tutta Gaza, giusto?
[R] Sì. Quello che vedi è questo. Appartamento 6, quinto piano, Ahmed e tutta la sua famiglia moriranno. Il sistema ti mostra quanti bambini ha, sua moglie.

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[R] Alcuni attacchi hanno ucciso 20, 30, perfino 300 persone.
[D] Il sistema naza fa distinzione tra bambini e adulti?
[R] No, nessuna.
[D] Un bambino è un naza?
[R] Sì. Io non ho mai fatto alcuna distinzione.
[D] Ma qual è il numero più alto di naza che ricordi?
[R] Non conosco il numero di vittime perché non c’è mai una stima successiva all’attacco. Ma una volta venne approvata l’uccisione di 500 persone, per un solo bersaglio umano.

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[R] Come diciamo sempre, sembra un videogame.
[D] Voi dite così?
[R] Sì, sembra un videogame perché tutto viene fatto a distanza.

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[R] Ricordo un attacco che prevedeva 200 nasa. Il bersaglio era un membro di grado alto. Non sapevamo dove fosse. Così abbiamo bombardato ogni luogo dove sospettavamo che potesse essere. Abbiamo delineato un’area molto vasta. Da qui dove siamo fino a quel grattacielo laggiù. Abbiamo bombardato tutto, un intero quartiere.

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[R] Da un certo momento in poi bombardavamo chiunque Lavender ci indicasse con una ventina di danni collaterali. Venti naza era diventato un riferimento standard. Eliminavamo i ranghi inferiori di Hamas senza pensarci nemmeno un attimo. Erano gli ordini ufficiali.
[D] Se puoi uccidere 20 persone per ogni membro di Hamas e ci sono decine di migliaia di membri… stermini tutto a Gaza.
[R] Sì, è vero. Non so bene come affrontare questa consapevolezza. Sì, tu hai ragione. La realtà è questa. Ed è per questo motivo che a un certo punto non potevi andare avanti. Non potevo restare là. Non riuscivo più a partecipare a questo disegno.

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[R] Cercavano di convincerci che fosse la cosa giusta e io stessa me lo ripetevo sempre. Quando attaccavo qualcuno e vedevo che rimaneva ferito ma vivo, di solito gli lanciavo addosso un’altra bomba.

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[R] Non so se ero poi felice quando uccidevo qualcuno. Non ci sono persone che odiano gli arabi nella mia unità. È una unità d’élite. Ci sono molte persone che vengono da Tel Aviv. Ripeto, non c’è odio verso gli arabi. Non c’è livore. È un estremo livello di disumanizzazione che…
[D] Le persone che stai descrivendo e che noi stiamo incontrando che, come dici tu, non odiano gli arabi, sono gli israeliani che hanno ucciso moltissimi arabi negli ultimi due anni.
[R] Sì. Tutto quello che posso dire è che portiamo a termine una missione che ci è stata affidata.

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[R] Venivo al quartier generale per pianificare gli attacchi e durante la pausa pranzavo qui a Tel Aviv e poi rientravo. Una normale routine di lavoro. Mi capitava anche di portare avanti degli attacchi e poi di uscire con gli amici.

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[R] Gli ufficiali dell’intelligence vengono tutti dal livello sociale più alto di Israele. Siamo considerati di sinistra, tutti di Tel Aviv, della classe sociale medio alta. È una unità molto ambita. Ci entrano solo i migliori. Nell’esercito ci chiamano la punta di diamante.

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[D] A un certo punto l’esercito ha deciso di radere al suolo aree intere. Abbiamo abbattuto tutto finché non è rimasto più niente. Il mio lavoro era documentare tutto questo.
[R] Documentavate la distruzione?
[D] Sì, segnavo su una mappa man mano che si procedeva cosa era rimasto in piedi e cosa no. Non operavo sul campo. Mi venivano trasmessi i filmati dei droni. Si operava la distruzione sistematica delle case, quotidianamente. Centinaia di case, una dopo l’altra. Non se ne risparmiava una. Nella mia unità la distruzione era vista come una vera e propria operazione strategica. Funzionale allo scopo.

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[R] La politica è quella di distruggere tutto, tutto, tutto il più in fretta possibile. Prima di perdere la legittimazione internazionale. Sempre di nuovo, sempre di nuovo. Facevamo piazza pulita degli edifici, non avresti mai creduto che lì ci fosse stato un insediamento. Tutto cancellato.

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[R] L’IDF rade tutta al suolo. Non c’è un altro termine per definire ciò che fa in modo che la popolazione non abbia un luogo dove tornare. Ho partecipato a riunioni con gli ufficiali di alto grado. Si parlava di spostare l’intera popolazione da Gaza Nord a Gaza Sud con l’intenzione di non farla più tornare. Dovevamo mandarli via tutti. Non importava in quale modo.
[D] Facendo pressione?
[R] Sì, pressione militare. Avremmo dovuto bruciare ogni casa, qualunque casa, senza distinzioni. Volevamo essere certi che non trovassero niente se fossero tornati.
[D] Come bruciavate una casa?
[R] Beh, puoi riempirla di gas e darle fuoco. Puoi usare dell’olio d’oliva rimasto in frigo. Puoi mettere i cuscini dei letti al centro di una stanza e incendiarli. La lana è molto infiammabile. È un metodo efficace. Siamo diventati dei veri esperti nel bruciarle. Una volta il comandante mi disse abbiamo battuto un record. Una casa bruciata in otto minuti.

[…]

Siamo entrati nelle case e abbiamo visto album di foto di famiglia, quaderni di scuola. Ne abbiamo cancellato la storia. Intere famiglie erano state uccise con i bombardamenti; noi abbiamo bruciato tutto quello che di loro era rimasto.

[…]

[D] Quindi voi bombardavate gli edifici senza che si sapesse?
[R] L’edificio doveva sparire.
[D] Ma qual era la giustificazione? Abbiamo detto alla gente di andarsene? Se resta lì il problema è suo?
[R] Sì.
[D] E se qualcuno non poteva andarsene? Persone disabili? Che temevano di essere attaccate durante lo spostamento?
[R] Non lo so. Tanti auguri a loro.

[…]

[R] Non passava un solo giorno senza che qualcuno venisse ucciso. Tracciammo una linea immaginaria e decidemmo che oltre quella cominciava la nostra zona. Uno di Gaza come poteva sapere dove cominciava la nostra zona? Lo imparava nel modo peggiore. Doveva impararlo al prezzo della vita. Non poteva impararlo in un altro modo. Non distribuivamo volantini informativi, né segnalavamo la linea. Per cui questo significava che chiunque entrasse nella zona doveva morire. Io operavo nelle retrovie, controllavo gli strumenti di sorveglianza. Si vedevano delle persone chine che raccoglievano vestiti tra le rovine di una casa. Vedevo quello che facevano. Non erano un pericolo per i soldati, ma li uccisero.
[D] Quanti ne uccisero in questo modo?
[R] 140 e nessuno di loro era armato. Li consideravamo tutti terroristi. Se li uccidevi erano terroristi. Una volta un ragazzino ne entrò nella zona. Non stava facendo niente. Lo vedevo distintamente con la telecamera. Non so perché fosse entrato, ma non stava facendo niente. Niente di offensivo. Lo vedevo. Niente. Lo bombardarono.
[D] Come? Da un drone?
[R] Sì. Non raccogliamo nemmeno i corpi. Li mangiarono i cani. Potevo vederlo con la telecamera.
[D] Hai visto tutto?
[R] Io non ce la facevo a stare lì a guardare un cane che mangiava un cadavere, ma gli altri che erano attorno a me continuarono a guardare.
[D] Gli hai detto di non sparare?
[R] Non è consentito che io lo dica. Non è il mio ruolo.
[D] E qual è il tuo ruolo?
[R] Il mio ruolo è tecnico. Non è previsto che io esprima valutazioni morali o di principio. Ho un ruolo tecnico, nient’altro.

[…]

[R] Ogni giorno, nessuno escluso, noi impiegavamo droni per uccidere chi sconfinava nella nostra zona.
[D] Senza accertarvi mai se fossero armati o no.
[R] Non lo erano, dimentica questa parola. Non era rilevante. Io ho visto gente armata in una sola occasione. Una sola.
[D] Quindi chi erano le decine di persone che avete ucciso?
[R] Centinaia. Centinaia. Ho visto con i miei occhi dei bambini, piccolissimi, circondati da cadaveri. Da tre cadaveri. Sparpagliati, buttati l’intorno.
Erano lì in piedi, non lo dimenticherò mai. Li ho visti dal drone.
[D] Di chi erano quei corpi?
[R] Corpi di gente uccisa da noi. La Gaza è piena di cadaveri. Ci sono corpi ovunque. Ho visto delle fosse comuni. Fosse comuni allagate dalla pioggia, piene di tonnellate di cadaveri. Non sono tombe, sono fosse piene di corpi accatastati. Una cosa da non credere. Ci sono cadaveri dappertutto. Se ti metti a camminare per Gaza vedi solo cadaveri, cadaveri su cadaveri. I cadaveri sono quanto di più osceno tu possa vedere a Gaza. E tu non fai altro che aggiungerne di nuovi.

[…]

[D] Perché li uccidete?
[R] Non lo so. Per mesi Israele ha preparato un piano specifico per indurre la popolazione di Gaza ad abbandonare le proprie case ed emigrare. Ci è stato detto che questo era l’unico modo possibile per ripulire la parte settentrionale di Gaza dalla sua popolazione. Se avessimo cancellato le condizioni necessarie per vivere se ne sarebbe andata altrove. Dovevamo creare un incentivo perché tutti lasciassero le loro case.
[D] Non avrebbero trovato più viveri a nord ma solo a sud?
[R] Sì.

[…]

[R] Ogni mattino in cui la gente andava al punto di distribuzione, tre squadre separate di soldati la massacravano. Sparavano a tutti quelli che correvano. Io vedevo tutto con la telecamera. Coglieva ogni dettaglio. Vedevo un mucchio di gente impazzita che correva verso il cibo. Sembrava un formicaio brulicante, file di insetti che volevano mangiare. La mia squadra ne uccideva uno o due.
[D] Al punto di distribuzione?
[R] Sì, ne uccideva un paio. E qualche volta ne uccideva molti di più. Sì, a volte di più. Preferisco non dire numeri precisi, ma a volte erano a due cifre.
[D] In un giorno?
[R] No, purtroppo in un’ora.

[…]

[R] Credimi, ti sto risparmiando un mucchio di cose. Lo so che dovrei dirtele, ma sono cose che non riesco a dire.

[…]

[D] Perché nessuno si opponeva?
[R] Sono cresciuto con una visione da israeliano. Sono stato in Polonia con la scuola. Mi chiedevo come i tedeschi potessero vivere con sé stessi dopo quello che avevano commesso. Credevo che fossero il male assoluto. Ma oggi vedo che sì, è possibile. Oggi vedo che un uomo può mettere a ferro e fuoco un posto per poi tornarsene al suo corso di laurea in psicologia clinica. Non so cosa dire. Credo ancora che i nazisti siano il male, ma intanto mi chiedo cosa sono io.

[…]

[R] Dobbiamo seguire queste regole per sopravvivere. Non siamo che soldati, e i soldati ubbidiscono.
[D] Ma cosa intendi per sopravvivere? Tu hai parlato di cecchini che uccidono gente affamata, cecchini che sparano da molto lontano.
[R] Esatto.
[D] E questo con la sopravvivenza, cosa c’entra? Quelle persone erano tue nemiche?
[R] Sì.
[D] Quelle persone affamate?
[R] Ma certo. Non mi imbarazza affatto rispondere di sì. Non credo di affermare una cosa del tutto infondata. Se si parla della necessità di cancellare Gaza, se lo si ribadisce, alla fine i soldati uccideranno anche gente innocente. È inevitabile. Quando la gente dice che bisogna radere al suolo Gaza, che cosa intende se non uccidere delle persone? Ed è quello che noi facciamo. Ci assicuriamo che non possano più colpirci in nessun modo. Li fermiamo, li soffochiamo. Se ci pensi, è perfettamente logico. Abbiamo dovuto imporre delle regole, e loro si rifiutano di seguirle, nonostante le conoscano molto bene.

[…]

[D] Tu credi che sia un genocidio?
[R] Sì. Lo è.
[D] Con questo tu stai dicendo che hai partecipato a un genocidio?
[R] Sì. Io credo di sì. Io credo che nonostante vogliamo chiamarle naza, siano omicidi volontari. Un atto voluto. È inutile dire che non volevamo ucciderli, sapevamo benissimo che erano lì. Lo sapevamo e abbiamo bombardato, quindi volevamo ucciderli, come volevamo uccidere quei bambini.
[D] C’è stato un momento specifico che ha cambiato il modo in cui vedevi le cose? Un punto di svolta?
[R] No… purtroppo non ho avuto un momento così.
[D] Perché dici purtroppo?
[R] Perché mi rammarico di aver fatto parte del sistema e mi dispiace di non aver avuto dubbi, di non aver saputo oppormi quando ero là dentro. Sai, è come… è come una tempesta ormonale, non dormi mai, sei esaltato, ti diverti. È come un divertimento malato, alterato.
[D] Divertimento? Anche se sei in guerra?
[R] Totalmente, non sai quanto. Alla gente piacciono le spirali d’eccitazione, sei animato dallo spirito della missione, vuoi portarla a termine, ti senti potente, sei guidato da uno scopo, ti piace. È quasi uno stato d’estasi.
[D] Che cosa ti ha dato più gioia?
[R] Gli attacchi che hanno avuto successo. Il completamento della missione ti dà gioia.
[D] Pensavi alle persone degli edifici che bombardavi? Ti tornavano in mente?
[R] Mai. Pensavo solo alla missione successiva. Perché non li consideravi come esseri umani, oppure perché… No, solo perché non si parlava di queste cose. Ricordo che c’era anche la possibilità di richiedere un incontro con uno psicologo, volendo. Ma noi non ne sentivamo affatto il bisogno. No, alcun bisogno. Stavamo bene così.

[…]

[D] Quante persone pensi che siano rimaste uccise negli attacchi in cui eri coinvolto?
[R] Diverse migliaia.
[D] E a nessuno è sorto mai un dubbio?
[R] No, a nessuno.

[…]

[R] Un venerdì sera aspettavo che un uomo mi dicesse di essere a casa. Ci stavamo concentrando sui civili. C’erano circa cinque famiglie in quell’edificio. I suoi figli e i figli del fratello erano a casa. Erano giovani. Non so che età avessero di preciso, ma erano piccoli, sotto i dieci anni. Aveva anche una figlia adolescente e altri bambini in tenere età. Ce n’erano molti.
[D] E tu lo hai fatto sapendo che avresti ucciso tutti in quella casa?
[R] Sì. Ho sentito le loro voci. E anche quelle dei loro parenti. Li ho sentiti piangere. Non proprio piangere. Piuttosto li ho sentiti urlare. Ho sentito lui che cercava di tirarli fuori da sotto le macerie.

[…]

[R] Ascolto le chiamate con questo sistema. Come si chiama? Si chiama Homeland. Spiavo tutta la sua famiglia. Così il giorno dopo ho sentito sua sorella che raccontava che cosa era successo. Diceva, mia madre e i bambini sono morti. Ricordo che dopo il bombardamento io sono uscito all’aperto. Sono uscito a fumare una sigaretta con l’ufficiale responsabile degli obiettivi e mi sono messo a fare due chiacchiere con lui. Gli ho chiesto: “Tu che cosa pensi di tutto questo?” Disse: “Tu devi solo fidarti del sistema”. Infatti, se non dovessi fidarmi del sistema allora crollerebbe tutto, non potrebbe che crollare tutto, sarebbe inevitabile. Dunque mi fido e faccio il mio lavoro come il sistema prevede.

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