Il Piano-casa di Meloni: nessun piano, poche case

Probabilmente Giorgia Meloni pensava di suscitare una certa impressione annunciando che il suo Piano casa renderà disponibili centomila alloggi popolari e a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni. A prima vista, in effetti, centomila sembra un numero davvero grande. Lo sembra un po’ meno, però, se ci si ricorda che il Piano INA-Casa, voluto dal ministro democristiano Fanfani nel 1949, aveva portato alla costruzione di 350.000 alloggi pubblici. O che in Olanda – un paese che ha soltanto 18 milioni di abitanti – il Governo ha promosso l’edificazione di 1,2 milioni di abitazioni in un quindicennio, di cui 700.000 di edilizia sociale e convenzionata. Ma, soprattutto, centomila è un numero che impallidisce di fronte al fatto che sono 1,5 milioni le famiglie in condizioni di disagio abitativo in Italia, mentre quelle in lista di attesa (spesso da molti anni) per poter accedere a una casa popolare si aggirano, a seconda delle stime, tra 250.000 e 350.000.

Di fronte a una crisi abitativa tanto estesa e profonda, un piano-casa, per essere degno di questo nome, dovrebbe promuovere interventi vigorosi in relazione perlomeno a tre campi.

Il primo è quello dell’edilizia pubblica: dopo decenni di disinvestimento, oggi il numero di alloggi disponibili è largamente insufficiente a soddisfare le esigenze (non a caso, la quota di edilizia sociale nel nostro paese è pari alla metà della media europea). Quanti nuovi alloggi pubblici prevede di costruire il piano-Meloni? Nessuno. Le 60.000 abitazioni promesse sono infatti il frutto della ristrutturazione di alloggi già esistenti, che necessitano di manutenzione straordinaria per tornare a essere assegnati. Trovare i soldi per sistemarli è sicuramente encomiabile. Ma siamo lontani da qualsiasi piano di rilancio dell’edilizia pubblica. Come se non bastasse, nel decreto si parla di promuove la vendita agli inquilini degli appartamenti di edilizia sociale, forse ignorando che la privatizzazione dell’edilizia pubblica – una prassi ordinaria da decenni: ogni anno si vendono più case popolari di quelle che si costruiscono – è una delle cause della situazione di crisi attuale del settore.

Il secondo campo è quello del cosiddetto social housing. Si tratta delle abitazioni destinate principalmente alla cosiddetta “fascia grigia”, ossia quella porzione di ceto medio che è troppo abbiente per accedere all’edilizia pubblica, ma troppo povero per potersi muovere senza problemi nel mercato privato. A differenza di altri paesi europei, il social housing in Italia non è mai decollato, riducendosi a una pratica quantitativamente poco significativa, spesso usata come una retorica per mascherare il disimpegno dello Stato dall’edilizia pubblica. Investire in quest’ambito, dunque, è lodevole. Ma, ancora una volta, le proposte del governo Meloni sono lontane da qualsiasi idea di piano. Pare di capire che si tratterà poche migliaia di abitazioni all’anno, un numero francamente ridicolo. Secondo la Presidente del consiglio, però, la svolta arriverà grazie ai privati che, incentivati tramite semplificazioni, si faranno carico di costruire una quantità significativa di alloggi da offrire con uno sconto del 33% rispetto ai valori di mercato. Per fare un esempio, ciò significa che a Milano, dove oggi il costo medio al metro quadrato è di 5600 euro, grazie a questa misura si potrà comprare un appartamento di 100 metri a circa 370.000 euro. Per chi se lo potrà permettere, sarà sicuramente un affare, ma tra costoro non vi sarà certamente alcuna famiglia in situazione di disagio abitativo o appartenente alla “fascia grigia”.

Il terzo campo in relazione a cui un piano-casa serio dovrebbe agire è quello del sostegno all’affitto, visto che oggi sono soprattutto i nuclei in locazione a essere in crisi. A questo proposito, il piano Meloni non prevede alcun intervento. Ma ciò, in effetti, ha senso, visto che qualcosa questo governo lo aveva fatto già all’indomani dal suo insediamento: azzerare tutte le risorse destinate ai fondi per il sostegno alla locazione, tra cui il fondo morosità incolpevole, che supporta le persone che non riescono a pagare l’affitto a causa di una situazione imprevista, come un licenziamento o una malattia. Solo a partire dal 2025 i finanziamenti sono stati ripristinati, sebbene con risorse pesantemente decurtate rispetto al passato.

Su questo sfondo, che il piano-casa di Meloni contenga un ulteriore giro di vite contro le occupazioni abusive dell’edilizia pubblica – che, in un numero significativo di casi, riguardano soggetti che sono in lista di attesa di una casa popolare, ma non riescono a ottenerla perché non vi sono abbastanza alloggi disponibili – è solo la conferma del fatto che questo provvedimento, più che un piano, è solo un penoso spot elettorale.

[Pubblicato su Il Domani, 05.05.2026]

Back to Top