L’urbicidio di Gaza

La guerra a Gaza non è finita il 21 maggio 2021, così come non era iniziata 12 giorni prima. In una sorta di reinterpretazione contemporanea di tante guerre del passato, il conflitto a Gaza è infatti composto da lunghi periodi di assedio intervallati da brevi fasi di combattimento. E’ iniziato nel giugno 2007 – quando Israele ed Egitto hanno deciso il blocco della Striscia a seguito della presa di potere di Hamas – ed è tutt’ora in corso. Ha avuto quattro recrudescenze guerreggiate: i bombardamenti israeliani delle settimane scorse sono stati infatti preceduti da operazioni militari simili nel 2014, nel 2012 e nel 2008-2009.

Le devastanti distruzioni del corpo urbano della Striscia causate da tali operazioni militari, unite all’impossibilità di una rapida ricostruzione causata dal blocco, sono la caratteristica centrale di questo stato di guerra permanente a Gaza, il cui esito è un vero e proprio urbicidio. Urbicidio non è solo la distruzione materiale delle infrastrutture basilari della vita urbana (case, scuole, negozi, fabbriche, ospedali) durante i bombardamenti. E’ il mantenimento della Striscia in una condizione di perenne devastazione e annichilimento fisico (post)bellico conseguente all’estrema difficoltà di ricostruire ciò che viene distrutto. L’immagine della guerra è così, da 14 anni, parte dell’ordinarietà della vita degli abitanti di Gaza, poichè segna indelebilmente ogni frammento del paesaggio urbano e, di conseguenza, della vita quotidiana (abitare, andare a scuola o al lavoro, fare la spesa). Enormità della distruzione e impraticabilità della ricostruzione sono le due facce dell’urbicidio di Gaza.

Enormità della distruzione. Le recenti operazioni militari israeliane sono state meno distruttive delle precedenti. Secondo le Nazioni Unite sono state distrutte circa 1.150 abitazioni (1.000 quelle gravemente danneggiate). A essere colpite sono state anche 58 scuole e 27 strutture sanitarie (tra cui l’unico laboratorio per le analisi COVID della Striscia). Nel 2008-2009 a essere danneggiate o distrutte erano state 60.000 abitazioni. Nel 2012 10.000. Nel 2014 171.000, di cui 18.000 rase al suolo o rese inabitabili. A ciò si aggiungono strutture produttive e commerciali. E innumerevoli servizi e infrastrutture pubbliche – di modo che oggi solo il 5% dell’acqua di Gaza è potabile e l’elettricità viene fornita solo per alcune ore al giorno.

Le devastazioni causate dagli attacchi israeliani emergono in tutta la propria enormità se vengono rapportate a cosa è la striscia di Gaza: un fazzoletto di terra, pari a un quarto della superficie del comune di Roma. Su questo fazzoletto di terra si accalcano più di 2 milioni di persone, per lo più poverissime. Il livello di povertà nella Striscia è, infatti, cresciuto dal 40% del 2007 al 56% del 2017 (secondo le Nazioni Unite, in assenza del blocco e dei conflitti militari, tale livello di povertà nel 2017 sarebbe stato del 15%).

Impraticabilità della ricostruzione. Di fronte a distruzioni così enormi, ovunque la ricostruzione sarebbe difficoltosa. A Gaza, però, diviene impraticabile. La popolazione e le istituzioni della Striscia non hanno infatti risorse economiche endogene sufficienti a promuovere la ricostruzione – che, di conseguenza, dipende interamente da finanziamenti internazionali (spesso promessi, ma non sempre effettivamente erogati). E non hanno nemmeno le indispensabili risorse materiali, ossia mezzi e materiali da costruzione. Israele, infatti, controlla, filtra e limita tutto ciò che può entrare nella Striscia. Materiali da costruzione inclusi, con la giustificazione che potrebbero essere utilizzati a scopi bellici. Gli abitanti di Gaza hanno supplito con la creatività, per esempio ricavando materiali da costruzione dalle macerie. Nei periodi in cui sono stati percorribili, hanno inoltre utilizzato i famigerati tunnel per far giungere nella Striscia un quantitativo consistente di materiali da costruzione. E’ tuttavia evidente come queste soluzioni non possano sostenere un processo di ricostruzione sistematico e tempestivo, di modo che ogni bombardamento aggiunge nuove macerie a ciò che ancora non era stato ricostruito, in una spirale di crescente annichilimento dello spazio urbano.

Tutto ciò avviene sullo sfondo di una situazione paradossale: Hamas e Israele, belligeranti sul campo, sono uniti nel beneficiare economicamente da questa pur complicata ricostruzione finanziata dall’estero. Secondo alcuni studi, più del 70% degli aiuti internazionali destinati all’autorità palestinese sono finiti nell’economia israeliana (si tenga presente che sono israeliane le aziende che controllano la quasi totalità del ciclo del cemento in Israele e Palestina). Da parte sua, Hamas intercetta parte dei finanziamenti per la ricostruzione. Per ovviare a questo problema, dopo il conflitto militare del 2014 è stato ideato uno specifico meccanismo di gestione dei finanziamenti internazionali (il cosiddetto “Gaza Reconstruction mechanism”), che, però, ha rallentato ulteriormente la ricostruzione (a due anni dai bombardamenti del 2014, solo l’11% delle abitazioni distrutte era stato ricostruito). Al contempo, non ha impedito che siano stati soprattutto persone, gruppi e imprese vicine ad Hamas a guidare una parte ragguardevole della ricostruzione nella Striscia.

E così, anche se oggi le bombe tacciono e i riflettori dell’attenzione pubblica si sono spenti, l’urbicidio di Gaza continua in silenzio, in una spirale di drammaticità crescente alla quale la comunità internazionale non sembra potere (o volere) mettere fine.

[Pubblicato su Il Manifesto, 04.06.2021]