Demolite altre case palestinesi a Gerusalemme Est. Ma stavolta è più grave

Negli ultimi giorni su qualche quotidiano nazionale e sito di informazione è apparsa la notizia di una nuova ondata di demolizioni di abitazioni palestinesi a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. La notizia non ha avuto grande risalto. E non c’è da stupirsene. In effetti, nell’ambito del conflitto israelo-palestinese la distruzione di qualche abitazione sembra una faccenda di minore importanza (si tratta però di una percezione errata: come ho già spiegato altrove, il conflitto israelo-palestinese a Gerusalemme si combatte soprattutto a suon di azioni di questo tipo, volte a modificare incrementalmente la struttura urbana e la composizione demografica della città). A ciò si aggiunge il fatto che le demolizioni di abitazioni palestinesi a Gerusalemme sono all’ordine del giorno: secondo le stime della Nazioni Unite, negli ultimi 10 anni sono state distrutte quasi 1200 abitazioni palestinesi, lasciando senza casa 2100 persone.

Questa volta, tuttavia, la faccenda è diversa. Queste demolizioni alludono infatti a un nuovo passo nel processo di occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ecco perché.

L’area interessata dalle demolizioni è Wadi al-Hummus , rione orientale di Sur Baher, appena all’esterno dei confini meridionali di Gerusalemme. Si tratta tecnicamente di una seam enclave creata a seguito della costruzione del Muro di separazione (o Barriera di sicurezza, come preferiscono chiamarlo gli israeliani). Il Muro di separazione tra Israele e Palestina, infatti, non è stato costruito sulla cosiddetta Linea Verde, ossia sul confine che fino al 1967 divideva Israele dalla Cisgiordania e che ancora oggi è riconosciuto dalla comunità internazionale (ma non da Israele) come legittimo confine di separazione tra i due territori. Per la maggior parte del proprio percorso il Muro corre invece all’interno dei territori palestinesi della Cisgiordania. Così facendo, “cattura” circa il 10% della superficie della Cisgiordania, che viene a trovarsi sul lato israeliano della barriera. Questo è il principale motivo per cui la costruzione del Muro è stata condannata senza mezzi termini dalla Corte di Giustizia Internazionale nel 2004. Non è il Muro in sé ad essere stato condannato, ma il suo specifico tracciato.

Il territorio palestinese che il Muro “cattura” è spesso abitato da popolazione palestinese, come nel caso di Wadi al Humus. Si calcola che, una volta che il Muro sarà completato, saranno circa 25.000 i palestinesi che vivranno sul suo versante israeliano, all’interno delle cosiddette seam enclaves. Le autorità israeliane hanno sempre dichiarato che il Muro non influenza la sovranità del territorio interessato. Anche se dalla parte israeliana del muro, queste aree della Cisgiordania continuerebbero dunque a rimanere sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (tanto è vero che ai palestinesi che vivono nelle seam enclaves non è concesso di entrare in Israele, poichè essi rimangono cittadini palestinesi).
Questa “interpretazione” del Muro è stata contestata da più parti. Sono in molti colore che sostengono che il Muro rappresenta di fatto il nuovo confine di Israele, tracciato unilateralmente da quest’ultimo con la conseguenza di annettere allo stato ebraico ampie porzioni della Cisgiordania. Ciò è stato confermato apertamente anche da alcuni politici israeliani. Shaul Arieli, uno dei negoziatori israeliani durante l’iniziativa di pace di Ginevra del 2003, ha affermato: “lo scopo della barriera è quello di creare le condizioni per il trasferimento volontario della popolazione palestinese delle seam enclaves, in modo che questa abbandoni le proprie case e vada a est della barriera, nelle città palestinesi della Cisgiordania. Ciò renderà possibile estendere i confini di Israele senza pagare alcun prezzo in termini demografici”. Nonostante ciò, la linea ufficiale israeliana è sempre stata quella di sostenere che nulla fosse cambiato nello status delle aree palestinesi sul versante israeliano del Muro, di modo che era scorretto e fazioso parlare di “annessione” o estensione unilaterale dei confini.

I fatti di Wadi al-Hummus dimostrano plasticamente come ciò non sia (più) vero. Se così fosse le autorità israeliane non avrebbero alcun diritto di demolire le abitazioni che sono qui ubicate – che, tra l’altro, si trovano nella cosiddetta “Area A”, ossia quei territori della Cisgiordania rispetto ai quali Israele, durante gli Accordi di Oslo del 1993, ha riconosciuto il pieno controllo civile da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese.
Le presunte ragioni di sicurezza (le abitazioni demolite sarebbero troppo vicine a quel Muro che le stesse autorità israeliane hanno costruito su un territorio che non si trova sotto il loro legittimo controllo) non sono una giustificazione sufficiente. Quel che appare probabile è che, forte dell’appoggio degli Stati Uniti e del silenzio internazionale, lo stato di Israele stia compiendo un ulteriore passo nel processo di annessione unilaterale di parte dei territori palestinesi, estendendo il proprio controllo anche su quel 10% della Cisgiordania “catturato” dal Muro, a cominciare proprio delle aree attorno a Gerusalemme.
A Wadi al-Hummus non stiamo dunque parlando di una ordinaria demolizione (per quanto magari deprecabile sotto il profilo umanitario), ma del probabile inizio di una nuova fase nel processo di annessione graduale della Cisgiordania da parte di Israele – e di conseguente, ulteriore annichilimento di ogni speranza di pace.

(Pubblicato su Huffington Post Italia, 24.07.2019)

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