La fine della ricostruzione

La ricostruzione post-sisma dell’Aquila non è finita. E non lo sarà ancora per un bel po’, in particolare se si considera quella relativa a edifici e strutture pubbliche.

Secondo i dati ufficiali, la riedificazione degli edifici privati dovrebbe terminare nel 2022, mentre quella degli edifici pubblici soltanto nel 2025. E ciò nonostante le operazioni sul patrimonio pubblico siano la parte minoritaria della ricostruzione (pari a meno di un quarto dell’ammontare complessivo degli interventi sugli edifici privati). A oggi, dei 650 interventi necessari di riparazione o (ri)costruzione di scuole, abitazioni pubbliche, attrezzature e infrastrutture collettive, solo la metà è stata portata a termine. Caso paradigmatico è quello delle scuole. A dieci anni dal sisma, praticamente nessuna scuola significativamente danneggiata è stata riedificata, mentre le indagini di vulnerabilità sismica sull’edilizia scolastica esistente stentano a partire. L’amministrazione comunale ha adottato solo recentemente un nuovo piano dell’edilizia scolastica, che difficilmente sarà realizzato prima di cinque anni. Così molte scuole hanno sede ancora nei cosiddetti “M.U.S.P”, strutture di qualità elevata ma pur sempre temporanee.

I motivi di questo grave ritardo sono diversi, ma non sono imputabili alla mancanza o al ritardo dei finanziamenti pubblici, quanto, più probabilmente, alla cronica lentezza degli interventi pubblici in Italia. A ciò si aggiunge un deficit di pianificazione da parte della classe politica locale, plasticamente rappresentato dal fatto che il nuovo piano regolatore della città, oggi in fase di approvazione, sarà operativo solo quanto, paradossalmente, non ci sarà più quasi nulla da realizzare.

Al contrario degli interventi sul patrimonio pubblico, oggi una buona parte delle operazioni relative agli edifici privati è stata portata a termine: a marzo 2019, sulle quasi 30.000 domande di finanziamento presentate, poco meno di 25.000 sono state istruite, mentre 3000 non hanno avuto seguito e 1600 rimangono ancora da istruire. Se questi numeri possono sembrare astratti, gli 8254 cantieri terminati, per 3,6 miliardi di finanziamento pubblico erogati a seguito della conclusione dei lavori, restituiscono un’immagine più concreta dello stato di avanzamento della ricostruzione degli edifici privati – che alla fine dovrebbe assorbire un totale di 8,4 miliardi di euro.

Nel caso della ricostruzione delle strutture private, a colpire è la sua geografia diseguale. Mentre la “città periferica”, sorta al di fuori del nucleo storico nella seconda metà del Novecento, è stata ormai completamente ricostruita, diversa è la situazione del centro storico. O meglio, dei centri storici che punteggiano un territorio urbano storicamente policentrico e che dopo il sisma sono stati a lungo trasformati in altrettante, inaccessibili e abbandonate, “zone rosse”. Nel centro storico principale il cosiddetto “asse centrale” – ossia il corso principale della città che incrocia anche la Piazza del Duomo – è ormai completamente ricostruito; altre zone, invece, sono ancora alle prese con cantieri ed edifici abbandonati. Queste evidenze trovano conferma anche nei dati dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione, che circa un anno fa indicavano nel 54% la quota di interventi realizzati a fronte di quelli richiesti (una quota naturalmente accresciutasi nel frattempo). Così, sebbene siano lontani i tempi in cui 8-9000 studenti fuori sede vi risiedevano conferendogli vitalità, con il progredire della ricostruzione nel centro storico dell’Aquila sta tornando un po’ di vita sociale. Anche in virtù degli incentivi pubblici offerti a chi ha deciso di riaprire un esercizio commerciale, gli utilizzatori abituali stanno aumentando, mentre la presenza di residenti è ancora limitata. I 75 esercizi commerciali oggi presenti sono appena un decimo dei 700 del pre-sisma, ma danno comunque la speranza che il centro possa un giorno (che oggi, purtroppo, sembra molto lontano) tornare a essere quel che era prima: il cuore simbolico e sociale della città, il luogo del passeggio, dell’incontro, dell’aggregazione, dei servizi. Molto diversa è invece la situazione dei centri storici delle frazioni, dove in molti casi la ricostruzione, sostanzialmente, non è mai partita, lasciando quelli di località come Roio, Camarda, Onna, Paganica in situazioni poco diverse dal giorno successivo al sisma.

Tutti questi problemi hanno anche a che fare con l’incapacità della città e delle altre istituzioni che dovevano sostenerla di tematizzare la ricostruzione come un’opportunità per ripensarsi e correggere i problemi ereditati, per esempio quelli di una crescita edilizia eccessiva e spazialmente dispersa. Il progetto strategico per il futuro è stato in gran parte sostituito da una mera politica di ricostruzione edilizia. E’ anche a fronte di ciò che la ricostruzione pare ormai percepita, tanto dal discorso pubblico quanto da quello politico, come un fatto ormai acquisito, ridotto essenzialmente alla gestione di aspetti tecnici o alla risoluzione di specifiche questioni problematiche, senza più possibilità di compiere grandi scelte politiche che possano cambiare la traiettoria evolutiva della città.  Non è un caso che, se il governo della città e quello della regione sono passati recentemente dal centro-sinistra al centro-destra (a guida Fratelli d’Italia), questo cambio politico radicale non è stato dettato dalla critica verso il modo in cui le forze di centro-sinistra hanno gestito la ricostruzione, quanto da dinamiche nazionali e da altre questioni di carattere locale.

Se è vero che la direzione della ricostruzione è già stata impressa anni addietro, tuttavia la politica può e deve ancora compiere scelte rilevanti, che segneranno in profondità il futuro della città. Si tratta di affrontare le sfide che porrà la fine della ricostruzione, di cui, tuttavia, la politica locale non sembra ancora rendersi conto (o che, per lo meno, finge di non vedere). Al di là di come sia stata gestita, la ricostruzione lascerà infatti una pesantissima eredità, con la quale si dovrà fare rapidamente i conti. “Com’era, dov’era” è stata il motto che ha guidato gli interventi sul patrimonio fisico. Si è trattato di una scelta dalle ragioni comprensibili, psicologicamente rassicurante e politicamente remunerativa. Le sue implicazioni cominciano però a vedersi oggi. Questa scelta non ha infatti tenuto in considerazione (ne ha cercato di condizionare) le mutate condizioni demografiche e socio-economiche dell’Aquila post-sisma. Complessivamente, la scelta è stata quella di ricostruire la città del pre-sisma. Una scelta che, politicamente, ha trovato consenso nelle aspettative della proprietà diffusa, che però ora si trova a dover fronteggiare un mercato immobiliare inondato dall’offerta, in una città in cui il futuro economico è incerto e la cui qualità urbana e le prospettive di sviluppo avrebbero potuto essere decisamente migliori, soprattutto a fronte dell’enorme quantità di denaro pubblico messa in campo.

[Scritto con Alessandro Coppola. Pubblicato come “Il cantiere infinito, senza testa né centro“, Il Manifesto, 19.03.2019]

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