Edificante storiella di velato integralismo pre-natalizio

Storia vera di (blando?) integralismo cattolico in una scuola dell’infanzia della provincia padana (con finale a sorpresa). Ossia cronaca di una quotidianità che non assurge agli onori della stampa nazionale, ma che dice molto sul nostro paese.

Incipit. Abito in un paesino di 6000 abitanti, a qualche chilometro da un’importante città lombarda. Mia figlia ha quattro anni e frequenta la locale scuola dell’infanzia. E’ una scuola bella, nuova e ben attrezzata. Le maestre sono affettuose e a mia figlia piace andarci. Ma c’è un dettaglio: è una scuola paritaria a indirizzo cattolico.

Premessa No. 1. Risiedo in paese che è abitato, come molti altri in questa zona della Lombardia, da una numerosa popolazione straniera, che rappresenta quasi il 16% dei residenti complessivi. Si tratta in prevalenza di indiani e pakistani, stabilmente insediati, che lavorano da anni nel fitto tessuto locale di piccole fabbriche e aziende agricole.

Premessa No. 2. La scuola dell’infanzia in questione è l’unica presente nel paese. Dunque, di fatto, se non a costo di complicate acrobazie logistiche, non vi sono alternative per me e i miei compaesani. Infatti, ci vanno tutti.

Svolgimento. “La scuola è di ispirazione cristiana”, ci dissero durante la riunione di presentazione del percorso formativo. Aggiungendo subito, a scanso di equivoci: “ma siamo naturalmente molto rispettosi delle altre religioni!”.

Cosa significhi rispettosi delle differenze religiose in un paesino della pianura padana lo scoprii subito.

Ogni mattina, prima di iniziare la giornata, mia figlia recita il Padre Nostro insieme ai suoi compagni di classe. Questa “sommesso” indirizzo cattolico ribolle in occasione delle varie feste religiose cristiane.  E se la festa religiosa manca, si improvvisa. Come quella volta che mia figlia tornò a casa, dicendomi che il giorno successivo avrebbe dovuto portare a scuola una candela per ricordare la ricorrenza del suo battesimo. Le diedi la candela, ma le dissi che lei non era stata battezzata. La cosa non le creò alcun problema, l’importante era avere la candela. O come quando raccontò eccitata che andava in gita alla “Casa di Gesù” (la chiesa del paese). Per poi tornare lamentandosi del fatto che il tutto era stato piuttosto deludente, visto che un signore anziano aveva passato un sacco di tempo a dire cose che l’avevano annoiata tantissimo, senza che le fosse concesso di alzarsi dalla panca per giocare o chiacchierare con i suoi amichetti.

Naturalmente il culmine dell’estasi celebrativa si raggiunge in prossimità del Natale, con l’apoteosi della recita a tema religioso da parte di un centinaio di bambini vestiti di bianco, di fronte a orde di parenti commossi e orgogliosi. La preparazione della recita e, più in generale, delle celebrazioni natalizie è lunga e meticolosa. Si avvia già a novembre, quando i bambini cominciano a imparare le filastrocche e le canzoni che reciteranno. Tutte, naturalmente, sono una variazione sul tema della natività. Quest’anno spiccava una poesia su un Gesù bambino biondo e ricciolino. Strideva un po’ il fatto che, ieri sera, durante lo spettacolo, tanti bambini la recitavano con impegno di fronte ai loro genitori abbigliati con un fiorire di turbanti Sikh e sfavillanti abiti indiani. Ma dal palco non paiono essersene accorti, impegnati a dichiarare che tutti i bambini della scuola venivano affidati alle braccia di Gesù.

L’apice di questo (blando) integralismo cattolico è però stato toccato ieri pomeriggio. Mia figlia ha portato a casa, come ogni tanto fa, tutti i lavoretti eseguiti nel corso delle settimane precedenti. Ad attirare la mia attenzione non sono stati i disegni di Maria, Giuseppe e Gesù bambino sparsi qui e là tra quelli degli alberi di Natale. Bensì un enorme cartoncino rosso in formato A2 (59,4 cm x 42,0 cm). Si tratta di una sorta di gioco dell’oca realizzato dai bambini. Naturalmente a sfondo religioso – su San Francesco e il presepe, tema scelto per la recita di questo Natale. Le regole sono quelle tipiche del gioco dell’oca. Si tira il dato e Francesco avanza sul percorso. Alla casella 2 c’è un San Francesco pensieroso. “Francesco è inquieto…E’ la vigilia di Natale e nessuno parla dell’arrivo di Gesù. Rimani fermo un giro per riflettere con Francesco”, recita il foglio delle regole del gioco. Alla casella 4 c’è l’immagine stilizzata di una famiglia che addobba la casa: “La gente è indaffarata a preparare addobbi e dolci. Non c’è tempo per pregare…sembra che tutti abbiano dimenticato il vero senso del Natale”, si legge. E, naturalmente, per punizione, si retrocede di una casella. Per fortuna che alla casella 6 Francesco sembra sollevato mentre sfoglia un grande libro: “Francesco legge il Vangelo, trova la descrizione della Notte Santa e ha un’idea. E’ troppo felice ed emozionato. Avanza di due caselle”. Il percorso prosegue con altri edificanti accadimenti di questo tenore, finchè il buon Francesco riesce a raggiungere Gesù bambino.

Epilogo. Naturalmente, quando mia figlia me lo ha chiesto, non mi sono sottratto dal giocare con lei a questo bizzarro gioco dell’oca. Inizialmente volevo reinterpretarne le regole in una chiave meno ecclesiastica, visto che mia figlia non sa leggere. Ma mia figlia, chissà come, conosceva le regole praticamente a memoria e mi correggeva quando introducevo qualche variazione sul tema. Mi ero quasi rassegnato a un’interpretazione filologica del gioco quando è stata mia figlia stessa a propormi un’integrazione, visto che la casella su cui era finita non prevedeva alcuna azione speciale. “Papà, facciamo che qui il lupo mangia il bambino?”. Pericolo scampato, per lo meno per ora, ho pensato.

[Pubblicato su Gli Stati Generali, 21.12.2018]

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