L’Aquila ricostruita. Quello che non c’è 9 anni e 21 miliardi dopo

6 aprile 2018. Il capoluogo abruzzese è tornato davvero «com’era e dov’era» solo fuori dal centro storico. Bilancio e prospettive di una città d’arte


Arrivando a L’Aquila dall’autostrada la ricostruzione è visibile a distanza – a un certo punto compare la selva di gru che ancora ne domina il paesaggio – ma è solo penetrando nella città vera e propria che se ne può apprezzare la geografia, più complessa di quanto possa apparire. Guardando ai dati prima ancora che ai loro esiti concreti è evidente come quello della ricostruzione sia stato, dal punto di vista quantitativo, uno sforzo imponente.

L’intero processo – che comprende non solo la ricostruzione fisica di tutto il cratere, che pure ha avuto la parte del leone, ma anche gli incentivi all’economia locale, gli sgravi fiscali, le azioni per rafforzare la vocazione di città della conoscenza (come la creazione del Gran Sasso Science Institute, una nuova università pubblica) – ha mobilitato più di 21 miliardi di euro, una cifra che secondo i dati di un rapporto della Camera dei deputati raggiungerà probabilmente i 25 miliardi.

A nove anni (e 21 miliardi) dal sisma è possibile iniziare a porsi qualche domanda concreta su quale sia la città che emerge da questa imponente mobilitazione di risorse (messe a bilancio ma non ancora completamente erogate). Ed è anche possibile darsi qualche prima risposta.

PRIMA DI TUTTO, LO SPAZIO. Già prima del sisma L’Aquila era una città dalla spazialità estremamente dispersa, fatta di molte frazioni interne ai confini comunali (ma anche di molti comuni esterni, talvolta molto distanti dal capoluogo, ma comunque da esso dipendenti). Il territorio comunale è estesissimo: 473 chilometri quadrati, il triplo della superficie del comune di Bologna, ma con meno di un quinto della popolazione di quest’ultimo, ossia circa 72.000 abitanti al momento del sisma. Questa peculiare frammentazione de L’Aquila è frutto della sua storia la città è nata per coalescenza di decine di nuclei indipendenti, chiamati a organizzare un territorio vasto e in gran parte di montagna – ma anche di scelte urbanistiche che, nei decenni, hanno finito per acutizzarla.

Al momento del sisma, la maggior parte della popolazione viveva al di fuori del centro storico, nel quale risiedevano meno di 10.000 persone – oltre che circa 6.000 studenti universitari fuori sede. Il sisma, la fase della gestione del post-emergenza e la ricostruzione vera e propria hanno interagito con questa spazialità dispersa, ulteriormente acutizzandola.

Il noto progetto C.a.s.e. del governo Berlusconi – ossia le cosiddette 19 «new towns», con i loro 4500 alloggi costruite in pochissimi mesi per ospitare parte della popolazione sfollata – ha in gran parte consolidato questa tendenza alla dispersione. Stesso effetto ha avuto anche una delibera comunale che ha permesso a ogni cittadino proprietario di un terreno di costruirvi un manufatto abitativo temporaneo, da demolire dopo 36 mesi (cosa che, in moltissimi casi, non è avvenuta).

Tutte queste scelte dovevano riguardare la costruzione di una “città temporanea” che, a ben vedere, è diventata viceversa a lungo termine (se non definitiva) – come a lungo termine rischia di essere il suo effetto sulla città in termini di ulteriore dispersione spaziale. Le analisi demografiche confermano questo quadro, raccontando di una città che ha perso abitanti (circa il 10%) e la cui popolazione si è in parte spostata a vivere nelle frazioni e nei comuni al di fuori del perimetro
municipale.

INOLTRE, AL DI LÀ delle operazioni di gestione del post-emergenza, la scelta di ricostruire «tutto com’era e dov’era» se aveva senso per le componenti storiche dell’abitato lo aveva sicuramente meno, quantomeno dal punto di vista urbanistico, per le aree sviluppatesi fuori le mura nel secondo dopoguerra, la cui qualità spaziale era complessivamente molto bassa. Una qualità su cui la ricostruzione sarebbe potuta intervenire molto più risolutamente e positivamente.

Altro aspetto rilevante per capire che tipo di spazialità sta emergendo è quello dalla diversa velocità assunta dalle operazioni di ricostruzione. Se la città fuori le mura appare ormai quasi interamente ricostruita alla fine del 2016, secondo i dati ufficiali, l’81,5% delle unità abitative danneggiate era stato ricostruito, un dato che oggi è probabilmente prossimo al 90% – nel centro storico si è proceduto più lentamente, con solo il 13% delle abitazioni danneggiate ricostruito al 2016.

I motivi della diversa velocità della ricostruzione risiedono anche nelle caratteristiche delle diverse porzioni della città – nel centro storico procedure e realizzazioni sono state ovviamente più complesse – ma anche a un oggettivo ritardo con il quale l’azione pubblica ha messo a fuoco la centralità del ruolo del centro storico nella più complessiva ripresa sociale e civile della città (ancora vivo è il ricordo del movimento delle carriole, che rappresentò il culmine della conflittualità fra popolazione locale e lo Stato, riguardo, per l’appunto, la trasformazione del centro storico in una zona rossa recintata e inaccessibile).

IL FUTURO DEL CENTRO STORICO. In questo quadro l’attenzione è tutta per il futuro del centro storico che, già in relativo declino prima del sisma, ha visto una riduzione di più di 2000 abitanti in questi ultimi anni. La chiusura e il declino del centro storico hanno avuto impatti sistemici sull’insieme della città, mettendone in crisi spazi e forme della sua vita pubblica. Se il patrimonio edilizio è in via di ricostruzione e, anche sull’onda di alcuni provvedimenti mirati – tra cui, per esempio, il progetto«Fare Centro», che favorisce il ritorno di attività economiche nel centro storico – stanno tornando molti esercizi commerciali (in particolare bar e ristoranti), gli spazi pubblici sono ancora molto lontani dai livelli di uso e riconoscimento sociale di cui godevano prima del sisma.

Determinate fasce di popolazione, fra le quali gli studenti, stanno riscoprendo progressivamente il centro storico come distretto ricreativo in nuce, mentre il ripopolamento residenziale, sebbene avviato, rimane ancora un passo indietro. Non è chiaro, infatti, se e quando si riuscirà a tornare al livello di vitalità pre-terremoto, rispetto al quale le scelte residenziali degli studenti (e le politiche pubbliche che potrebbero orientarle) giocheranno senza dubbio un ruolo importante.

UN FUTURO PIENO DI CASE? Il rischio di un centro storico perfettamente e splendidamente ricostruito, ma in parte vuoto, illumina un problema più generale, che emerge con sempre più evidenza, e rispetto al quale l’azione pubblica pare ancora lontana dal livello adeguato di tematizzazione e trattamento: la ricostruzione, una volta completata, lascerà l’Aquila con una grande sovrabbondanza di patrimonio immobiliare.

Da una parte c’è l’eredità della citata «città temporanea» il cui carattere ibrido rende difficile il suo trattamento. Gli edifici del progetto C.a.s.e. rappresentano plasticamente questo problema: concepiti e costruiti per essere temporanei ma durevoli, a otto anni dalla loro costruzione cominciano a mostrare diversi problemi. La loro eventuale conversione in strutture permanenti, al di la della sua desiderabilità, non sarà semplice, come non semplice sarebbe la loro dismissione, data la loro natura di manufatti pesanti. In questo quadro, la sfida dei prossimi anni sarà quella di costruire la città degli abitanti, dopo aver ricostruito quella delle case.

(di Francesco Chiodelli e Alessandro Coppola. Pubblicato su Il Manifesto, 03.04.2018)

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