Terremoto, neve e istituzioni locali all’Aquila

Come noto, ieri l’Aquila è stata colpita dalla coincidenza sfortunata di due eventi: un’abbondante nevicata e alcune scosse di terremoto, piuttosto forti. Sentire per la prima volta una forte scossa di terremoto mi ha messo un po’ di agitazione; ciò che mi rimane, dopo ieri, è però soprattutto l’inquietudine legata alla totale inadeguatezza delle istituzioni locali. Per fortuna di tutti, gli eventi di ieri, all’Aquila (lo stesso non si può dire di altre località), hanno avuto solo la conseguenza di causare molto disagio e tanto spavento (ma, sembra, pochissimo danni materiali). Non voglio però immaginare cosa sarebbe successo se le scosse di terremoto fossero state più intense, e una situazione di vera emergenza avesse dovuto essere gestita dalla quelle stesse autorità locali.

Ora, è piuttosto evidente che, purtroppo, i due eventi (abbondante nevicate e terremoto) sono, all’Aquila, cosa di cui non sorprendersi troppo. Eccezionale è stata, naturalmente, la combinazione delle due cose. Ma la mia impressione è che le autorità locali non sarebbero state in grado di gestire in modo adeguato nemmeno gli stessi eventi presi singolarmente – figuriamoci dunque il loro “combinato disposto”.

(Neve). Ieri, all’Aquila, ha nevicato tanto. Tuttavia, ad essere sinceri, la città non è stata sommersa dalla neve. Si è trattato di alcune decine di centimetri (circa 50, a occhio), ma non di metri. Bisogna poi ammettere che non è stato propriamente un evento improvviso: era annunciato da giorni. All’Aquila comincia a nevicare la notte tra martedì e mercoledì. Mercoledì ci svegliamo sotto 30 o 40 centimetri di neve. La mattina le strade principali sono abbastanza pulite, ma ciò non si può dire degli altri spazi pubblici: del terminal degli autobus, dei marciapiedi, degli accessi alle istituzioni pubbliche (come ad esempio alla mia università). Insomma, ciò che è garantito dalle autorità locali è solo la possibilità che si riesca a circolare un minimo in auto. In un giorno normale, questa sarebbe solo una scocciatura. Ma ieri ciò si è tramutato in un problema di ben altro tipo.

(Terremoto). A metà mattina arriva il terremoto. Tre scosse piuttosto forti, che spaventano un po’ tutti. Ma la situazione rimane sotto controllo (per lo meno nella mia università). Ad esempio, dopo esserci confrontati con gli studenti, decidiamo unanimemente di continuare a fare lezione. In fin dei conti, il nostro è un edificio antisismico, ristrutturato dopo il terremoto del 2009. La percezione comune è che sia più sicuro stare lì, tutti insieme, piuttosto che ognuno da solo, a casa sua.

(Le autorità locali). Poi, all’improvviso, arriva l’ordine del prefetto di chiudere tutti gli edifici pubblici. La domanda che più o meno tutti, simultaneamente, ci facciamo è la seguente: ma non si tratta di edifici antisismici, o per lo meno con elevati standard di sicurezza (comunque superiori a quelli delle abitazioni private)? In caso affermativo, non c’è motivo di farli evacuare (costringendo così la gente a tornarsene nelle proprio case private, meno sicure). In caso negativo, non avrebbero mai dovuto essere riaperti. La logica della decisione sfugge a me come a molti altri. Da quando arriva l’ordine del prefetto, la situazione degenera. Siamo costretti a lasciare l’edificio dell’università e ci ritroviamo in strada. O meglio, su un marciapiede reso impraticabile dalla neve. La gran parte dei bar e dei ristoranti (che nel centro città non sono molti) è chiusa – a parte uno (l’inossidabile Chalet), nel quale ci riversiamo tutti e che dopo poco, inesorabilmente, finisce il cibo. L’inquietudine comincia a salire: siamo stanchi e intirizziti (e anche un po’ affamati). Il trasporto pubblico non funziona. La prospettiva, per i miei studenti (praticamente nessuno dei quali ha la macchina, visto che vengono tutti da altre parti d’Italia e del resto del mondo), è quella di farsi 40 o 50 minuti a piedi, in mezzo alla neve, per tornarsene a casa. Decidiamo allora di andare in uno dei punti di raccolta individuati dalle autorità locali per l’emergenza – una scuola elementare fuori dal centro – facendo la spola con le poche auto a disposizione. Arriviamo lì alle 12:30 – con qualche difficoltà, visto che il luogo non è segnalato. Sono passate quasi due ore dalla prima scossa, ma la scuola è ancora chiusa (e il parcheggio inaccessibile per la neve). “Non è ancora arrivato il responsabile del Comune”, ci dice un volontario della protezione civile. Torniamo due ore dopo, e la troviamo finalmente aperta. Ci sistemiamo in un’aula e, per lo più per dare una parvenza di normalità ai nostri studenti, torniamo a fare lezione. Verso le 18 comincia a circolare la vocerassicurante che “sta arrivando l’esercito, con letti e cibo”. Dopo un po’, in effetti, arrivano due militari, che scaricano da un furgoncino alcune decine di materassi e brandine (direi una cinquantina in tutto, a occhio). Nel centro di accoglienza, a quell’ora, siamo in 260 (secondo la protezione civile). Alle 21 arriva anche il cibo. Si sono dimenticati di portare l’acqua e non c’è nessuno che serva il pasto (i militari se ne sono andati; ci si mettono un paio di miei studenti), ma ci si accontenta. Nel corso delle ore successive continua ad arrivare gente, ma non ulteriori letti o materassi, e tanto meno le coperte. Io la notte dormo abbastanza comodo sul mio materassino da campeggio: fa calduccio e i miei compagni di aula, due simpatici vecchietti dai nomi buffi, non russano troppo. Chi, invece, non ha ricevuto i letti dell’esercito e non ha potuto arrangiarsi come me in altro modo, se la passa un po’ meno bene: la mattina mi sveglio abbastanza presto e trovo un bel po’ di persone che dormono sul pavimento della scuola, su una giacca o una coperta nel migliore dei casi. Dopo la tribolata giornata passata, non sono troppo rammaricato di dover partire per Torino per un seminario.

 

 

Post-Scriptum

(21.01.2017). Ci tengo a fornire alcune precisazioni sul mio post scritto nel giorno successivo al terremoto, per evitare fraintendimenti inutili e strumentalizzazioni spiacevoli (visto che sembrano essercene già state).

La mia intenzione non era certo quella di innescare polemiche, ma, molto più semplicemente, quella d’offrire un’occasione di riflessione e dibattito. Si tratta solo di un racconto personale, di come ho percepito la giornata: ho solamente descritto ciò che ho visto e vissuto. Naturalmente, posso aver avuto una percezione errata di alcuni fatti (il numero di centimetri di neve caduti, il numero di materassi forniti dall’esercito); inoltre, il mio giudizio personale sui provvedimenti presi (ad esempio, la chiusura delle istituzioni pubbliche) non pretendeva certamente di essere condiviso da tutti. Sarò felice di ricevere risposte e critiche nel merito, se ce ne sono. Ma se ciò che ho scritto, per quanto non condivisibile, serve a stimolare un dibattito costruttivo, mi sembra in ogni caso una cosa positiva. Il confronto collettivo, per quanto acceso, sulle politiche pubbliche mi sembra un indizio di una sana democrazia, di cui dovremmo felicitarci tutti.

Credo nella e mi sento parte della ricostruzione dell’Aquila: non per niente ho investito gli ultimi quattro anni della mia vita in un progetto scientifico, quello del Gran Sasso Science Institute, che, seppur di successo ora, era nato senza alcuna certezza, in una situazione precaria come quella di una città in ricostruzione. L’ho fatto – e lo stesso dicasi di tutti i miei colleghi e tutti i nostri studenti, che vengono dai quattro angoli del globo (dal Brasile all’Australia, dall’Iran alla Russia) – perché questo significa contribuire, sia pure in piccola misura, alla rinascita dell’Aquila. Ma questo contributo, per essere veramente utile, non può essere apologetico; al contrario, deve essere criticamente costruttivo, allorquando si ravvisino elementi di criticità. Ciò si chiama non solo indipendenza del pensiero (e della ricerca), ma anche valenza sociale della ricerca.

Il mio racconto di quel giorno, e delle lezioni che sono continuate nel MUSP, è una testimonianza della voglia di continuare, di non abbattersi anche in condizioni avverse. Continuare le lezioni è servito a tranquillizzare gli studenti, a dar loro un senso di normalità che avevano perso. Ci diciamo sempre che gli studenti e i giovani ricercatori sono una risorsa fondamentale nel processo di rinascita della città: tutelarli, rassicurarli, spingerli a non mollare anche in situazioni difficili mi sembra una cosa positiva – così come il fatto che, quel giorno, i nostri studenti abbiamo dato il loro piccolo contributo alla gestione di alcuni aspetti del funzionamento del centro di accoglienza (scaricato materassi, servito pasti, raccolto la spazzatura).

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